Ways of Being

Quando ci alleniamo, quando facciamo lezione, quando disputiamo un match, siamo indubbiamente soggetti a critiche. I primi a criticarci siamo noi stessi e credo che, nonostante il nostro giudizio possa essere pessimo e possa distruggerci, teniamo sempre conto degli altri.

I nostri allenatori, il nostro compagno/a di gioco, i nostri familiari, chi più ne ha più ne metta, sono tutti co-protagonisti del nostro scenario sportivo. Loro ci osservano, ci correggono, ci guidano e ci insegnano.

Come reagiamo noi alle critiche dei co-protagonisti?

Come sappiamo, ad ogni azione corrisponde una reazione, pertanto quando riceviamo una critica avremmo sicuramente una reazione. Se ricevessimo una critica positiva, saremmo contenti e il nostro lavoro risulterebbe ripagato. Saremmo soddisfatti.

Ma se ricevessimo una critica negativa? Cosa succederebbe?

Prendiamo un esempio: mi sto allenando sullo smash, con l’obiettivo di giocarne, uno verso la grata e uno lungolinea. Su un totale di 20 palline colpite, 8 volte ho colpito la grata e 6 volte ho colpito la parete lungolinea. Per cui ho fatto 14 errori su 20. Il maestro interviene alla conclusione dell’esercizio e mi dice:

  1. “Mamma mia che disastro! Più della metà delle palline le hai sbagliate! Sei proprio scarsa! Che intenzioni hai oggi eh?”
  2. “Allora Caro, credo che tu debba concentrarti un pò di più e cercare meglio la palla con i piedi. Che dici riproviamo?”.
  3. “Oggi non è proprio giornata, mi pare, prenditi qualche minuto di pausa e poi cambiamo esercizio ok?”

Dunque, nel primo caso vediamo un approccio totalmente critico negativamente. Nel secondo caso e terzo caso l’approccio è più comprensivo e risolutorio.

A noi cosa ci arriva di più? Quale è l’approccio che ci stimola maggiormente a fare meglio?

Nel primo caso, il maestro mi sta dicendo una cruda verità: se su 20 palline 14 sono errori, è vero quello che dice. In quel momento sono scarsa. E’ una critica pesante, perchè probabilmente mi farà crollare il mondo addosso e tutti i miei fantasmi ricomparirebbero e ne farei un caso esistenziale, sebbene il suo intento è sicuramente quello di spronarmi.

E’ stato utile? Avevo bisogno di questo?

Nel secondo e terzo caso non c’è una critica negativa violenta, ma comprensione e soluzione del problema, quale un consiglio tecnico o un cambio esercizio. Inizialmente, mi viene trasmessa tranquillità e il maestro mi da alcuni feedback positivi per riprovare.

Ma è sufficiente?

Nel primo caso sono io che devo trovare la forza per tirarmi su e dimostrare che ne sono capace, nel secondo e terzo caso ho l’aiuto e il supporto del maestro che mi stimola.

Quindi?

Probabilmente la verità è nel mezzo, abbiamo sicuramente bisogno di stimoli esterni (allenatore, famiglia compagno/a), ma non dobbiamo dimenticarci che se non siamo noi stessi che ci stimoliamo, sarà difficile arrivare ai nostri obiettivi.

Ognuno di noi ha le proprie reazioni in base al proprio carattere, questo è certo, quindi l’approccio è soggettivo. Tuttavia anche i nostri allenatori sono persone come noi, che hanno il loro metodo e il loro modo di dirci le cose.

E’ importante che ci soffermiamo a pensare a quello che più ci sprona e come, sia da parte nostra che da parte degli altri. Ed è bene poi che lo comunichiamo, in modo che i nostri co-protagonisti sportivi, sappiano come prenderci e possano aiutarci nel miglior modo possibile. A volte, per stimolarci ad iniziare positivi una partita ci basta una frase, un esercizio. Questo perchè c’è conoscenza, rispetto e accettazione l’uno dell’altro.

Carolina Orsi

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